Questa pagina era nata come una semplice pagina in cui si potevano pubblicare delle poesie, eventualmente con un breve curriculum.

L'abbiamo trasformata in una ANTOLOGIA di Poesia on-linee


PAOLA MASTANDREA

 

Rinchiuso in una gabbia

(Dedicata a tutte le famiglie coinvolte dal problema dell’autismo)

Ti osservo grande, figlio mio…

La memoria mi conduce nel passato

a quando, trottolino,

inseguivi un punto fermo, immaginario

Il tuo divenire tardava ad arrivare…

Con compiacimento soppesavo

che eri immerso nel pensare

“in fondo, ogni essere non è a tutti eguale!” …

…Mentivo al mi accettare

…ed inghiottivo quell’ingannevole boccone a digerire…

 

Intanto il tempo rendeva grandi i tuoi occhi patinati e assenti,

assorti nel tuo mondo da seguire

Un mondo di colori confinati,

senza sfumature

rifugio indispensabile da una realtà invisibile

…e per il male lì non c’è dimora

…e per l’oscurità non vi è paura

Mi chiamano i tuoi occhi,

ma non mi tocchi

 Parole silenziose senza toni

ma che a una mamma non sfugge il lor sentire

e ti rimando ciò che vuoi sapere,

che vuoi carpire…

Imprigionato,

in una bolla confinato

Escluso dalla disabile cecità del “normale “

avida di raccogliere

arida nel donare.  

 

 

 

Andrea Giugliano  (Napoli, 27 maggio 1993).

Nasce a Napoli nel quartiere Vomero. Fin dai primi anni scolastici sviluppa una particolare abilità nella scrittura dei temi, abilità che gli sarà fondamentale per gli anni successivi.
Dopo essersi iscritto al liceo classico inizia ad appassionarsi di musica: nel momento in cui iniziò ad imparare a suonare la chitarra gli venne regalata una batteria, con la quale iniziò a strimpellare e a muovere i primi passi nel mondo musicale da autodidatta. Lasciato il liceo classico, si diploma in lingue e studia anche batteria per tentar di accedere al conservatorio: purtroppo però l’ammissione non riesce e abbandonerà così il mondo “musicale” costruito nell’adolescenza. Rimangono però tanti dei suoi scritti. Testi di canzoni, poesie e 3 romanzi tutti mai pubblicati; dopo un periodo di lunga solitudine ha ritrovato la fede di un tempo e ha continuato a scrivere. Attualmente collabora per il periodico “Lineaverde” e lavora anche nelle assicurazioni. I suoi scritti (musicali, canzoni, poesie) sono quasi tutti dedicati alle donne. Pochi scritti riguardano la sua solitudine. Il suo primo romanzo, nel 2008, è stato “Napoli divisa in due”; “liceale”, 2010; l’ultimo “Nel mare di Mergellina” del 2015.

Curiosità:

1)      Nonostante abbia suonato jazz – disciplina del conservatorio– ha sempre preferito ascoltare musica pop e soprattutto un cantante ecuadoriano  Julio Jaramillo. Proprio per questo nessuno l’ha mai visto “bene” alla batteria poiché strumento per caratteri ribelli ed estroversi. Ha preferito sempre pop, boleros, valzer e musica latino americana (classica) che rispecchiano in qualche modo il suo modo di porsi e essere.

2)      E’ cattolico, eppure ogni anno, (dopo il riavvicinamento a Dio), prepara di propria mano 12 pani azzimi così come scritto in una legge dell’Antico Testamento.

3)      Studia ingegneria come autodidatta.

4)      Ha svolto vari mestieri come orafo, orologiaio ed elettricista.

5)      E’ un buon presepista pur non avendo mai praticato quest’arte.

Occasionalmente è stato anche cantante – per diletto – e ha inciso il brano “Lazzarella” e “Fatalidad” del suo cantante preferito sopraccitato.

 

odiami, te lo chiedo per pietà.
odiami senza misura, senza clemenza:
prferisco odio all'indifferenza perchè il rancore fa più male della dimenticanza.

Se mi odi mi convincerò che tu, donna, mi hai amato per forza:
però ricorda, imparando con l'esperienza, che si odia solo quello che si è amato.

Che vale di più? Io umile e tu orogliosa.
O vale di più la ua debole bellezza?
Pensa che nella fossa saremo uguali.

 

 

FRANCO SANTAMARIA, nato a Tursi (Matera), residente ad Afragola (Napoli). Laureato in Lettere Classiche, ha insegnato Letteratura Italiana e Storia negli Istituti Superiori. Ha pubblicato alcune raccolte di poesia, tra cui “Storie di echi” (Ferraro editrice, Napoli). Le poesie  che seguono fanno parte della raccolta inedita “A radici perdute”. Sue poesie ed opere di pittura sono pubblicate anche sui siti personali http://web.tiscalinet.it/santamariaPoesia
http://web.tiscalinet.it/santam_PitturaPoesia
 
Come pittore, ha esposto con successo sia in Italia che all’estero.  

Aspetto che smetta  

Aspetto che smetta

questo non umano di tempeste e di valanghe,

di foreste in catene dietro rombi possenti,

di anime rubate ai corpi tra fogli di catrame.

 

Il vento, il vento che spezza

canneti e braccia senza forti barriere,

brucia finanche colonie di farfalle sugli alberi

gridando in traiettorie di piombo

una viola liturgia al suo dio ideologo.

Spie luminose, ammiccanti, segnalano che dighe rompono

nella valle che dorme e non ha modo di salire

su un tappeto che voli.

 

E’ tutto ciò che rimane.

Fardello schiacciato, sospeso

a case oblique e a vie frantumate,

disperazione dei piccoli camminatori e dei bottegai in attesa –

il silenzio della tortura della zolla resa polvere

per sfruttamento o per fede non allineata e solitaria,

il pianto del fiore pellegrino che brucia

al volo dei rettili spaziali,

radice di solitudine dei vuoti discriminati.

         

Dico di una storia – lunga

che i giorni ripetono sulla pietra del mattatoio

e incidono sulla lama dell’acciaio

e annodano ai canapi degli alberi sfrondati e impotenti.

Con la stessa assenza di fuoco delle stelle che muoiono

nel ventre dei laboratori.

 

La morte semina soltanto tracce di paradiso

in ossa che diventano fossili di sabbia nei deserti

o scaglie di conchiglie sulle timpe.

 

Su fiore di verde pervinca salivi

 

Su fiore di verde pervinca salivi,

dolce Aracne, a stendere speranze

di nuove dimensioni di luce e suono.

Una carezza i tuoi occhi,

un delirio di capelli di seta

soffiata dalla brezza marina quando vince il giorno,

frutto di conchiglia la tua pelle che si apre alle acque.

 

Io ti seguivo, romeo

di terra gonfia di solitudine e di sangue,

per cullarmi alla tua voce come erba sognata

da ormai rari cavalli liberi

e zittire la campana di piombo

e gli ultimi ansiti dei miei miti in catene.

 

Ma, era l’esplosione, il lampo

che illumina la gola per trafiggerla nelle nere dimore,

il canto del miraggio spento nel sudario

del respiro rarefatto e impuro.

 

In cima, su lingua di roccia non più fiore,

era già curvo il tuffatore di turno

non riconoscibile in pianto di ingannate

speranze, eco morente di luce.

 

Dov’era fiume di zagare innocenti

o ramo sonoro alle foglie, musica

per uccelli seguaci della promessa di terra;

e riverbero di campi

che, da poco, da me fluiva nel suo essere;

e velluto di sabbia o di neve

a nascondere minute vite;

s’infranse il volo senz’ali, pesante.

 

Ero solo a udire, a vedere quel tonfo

fra tanti in attesa sulla lingua di fuoco di roccia:

scivolava quel corpo nel fondo,

sempre più a fondo.

 

Cerco una spiaggia di puro diamante

 

Cerco una spiaggia di puro diamante

nei granelli, a specchio di serene presenze,

una spiaggia con gli occhi dei fiori marini,

dove l’onda riverberi in arcobaleno

il sorriso del ruolo del tempo.

 

So, invece, di corpi che danno

la sovrapposizione delle pietre nei vecchi edifici,

il silenzio dei minuti già defunti

nel sudore delle resine e del catrame dei vulcani.

 

So di plastica e di forme siliconiche,

di acqua che gonfia la profondità delle cloache,

di sole stinto nel gas nucleare.

 

So di balene disperate e suicide e del pianto

dei gabbiani che, anche di giorno,

vorrebbero lasciare orme gigliate sulla sabbia.

 

So di assi che spoglie di annegati sorreggono

per le mie deboli braccia.  

 

Quando giungono treni alla stazione

 

Quando giungono treni alla stazione

non vi sono livree lungo i binari

ad accogliere memorie di speranze di ritorno,

immobili e disfatte nei vagoni.

 

Anche ritorna l’airone alla nuda

dimora della creta.

Gli hanno rifatto le penne, di colore strano,

sui monti dai fianchi in fiamme e aperti

alla vittoria della pioggia,

sulle atmosfere più acide e smorte,

sui laghi dove si spengono leggende di mostri giganti,

sul morto suono delle città solitarie.

 

E’ volato in alto, più in alto,

con penne rifatte e incolori l’airone,

per riprovare l’acerbo sapore della terra

dove i fiumi si svegliano d’inverno;

e risentire l’eco dei giorni sulle stoppie,

e l’eco delle note alla luna

che scopriva sogni tra i pampini

e l’eco degli spiriti nel vento

dov’era delirio di amore e di paura.

 

Fermati, tempo, e incidi sulla pietra dei fiumi

con lo stelo di un fiore

poche parole per questo airone che muore.

Potrei contare le scaglie dei marmi irreparabili

((In)coscienza in una corsia di ospedale)

 

Potrei contare le scaglie dei marmi irreparabili

per conoscere quanto spazio mi tocca

in queste ore o momenti della materia sconnessa,

quanto tempo presunto mi spinge

sullo stinto pavimento della mia coscienza ferita.

 

La sua tela sottile si allarga a pulegge binarie,

e si stringe, sbilancia nel vento o termina in vuoto

confine di cielo o di fuoco.

Si scioglie da mani di vetro umido

ciò che mi è appartenuto da sempre, risorge

tra selci recise e marcite

dei grandi incroci dell’ombra.

Vera o presunta perdita

di questo mio tessuto tremante.

 

Albero, albero, radici della mia coscienza,

fiume di luce e radici di ossessività

di gesti non primordiali e di bocca cavernosa,

luce pesante, affannosa dei miei santuari violati.

Porte blindate imprigionano ancora strade

per gabelle sanguinose e tristi mercimoni di esistenze.

Poveri colombi fanno aerosol agli oblò

della sera, e di paura in paura

allentano le ali morendo.

 

Potrei contare le ferite di questo corridoio da campo

in queste ore o momenti di attesa di eventi senza eventi,

per conoscere l’abbandono totale

del mio non più essere.

Lunga o breve coda del tempo

inghiotte nelle onde dei vecchi oceani

eroi di inutili nuotate e sfide di sopravvivenza.

Però resiste – cocciutamente – sulla lastra gobbuta,

nella polvere dei ruderi il cavaliere del trattore verde

a scovare dalla terra tesori e vie di granai perduti.

 

Potrei ascoltare il palpito delle lacrime

che l’aria asciuga nel freddo delle foglie,

in queste ore o momenti della materia delirante,

e la forza categorica del sangue che esplode

dal ventre dell’omino in ascite

alla pressione del liquido potere

colluso con le vampe omicide.

La morte è prossima a partire

su un tavolo di stelle cadute senza una minima rosa.

E’ legata a tristezza di sempre la diga,

poi s’erge e delira

squame di fango e illusioni

di lunghe funi libere sui varchi.

E scivolii, scivolii di lunghe file giovani

lungo pareti rocciose per gara

senza fondo

o per smarrimento di quanto nasconde

il profumo già disperso,

l’impercettibile voce che rinnova o cede petali asonori,

il dolore straziato tra le ruote.

Senza saper che sia, questa, la fine

della pietra vitale.

 

Vi sono follie d’isole sommerse negli oceani,

nell’assillo della luce che non fora

il buio così duro degli abissi,

in queste ore o momenti della materia inconsistente

che tradisce forma e suono, e luce intollerabile di vuoto.

E la terra lascia che le strappino i polmoni

a estrema risorsa del vento,

le strade si ricongiungano alle origini,

si esaltino in folgori di diamante solo tristi presenze.

 

Potrei contare gli spasmi giugulari – lontani, lontani

lenti, lenti

della mia overdose di morte non per scelta,

in queste ore o momenti della materia evanescente

per vestire la vastità della mia eco distrutta.

 

Potrei contare i ritagli delle mie speranze residue

e legarli al vuoto della materia che finisce

insensibilmente

o al sole

che piega i veli della sera

ai suoi ingombri trascinati e già bagnati d’ombra.

 

Potrei contare… ma, di albero in albero, ogni ramo apre

ad un solo fiore bianco la sua attesa

docile e stupita

che la linea s’inarchi alla sorgente.

 

Marco Marengo vive a Genova ed ha esposto a Lerma (AL) a 10 km da Ovada, nella parte finale di un recinto, tra una chiesa ed un castello, una serie di sculture ligee da lui definite pseudototem.

La casa del poeta era sporca

la cucina colante di grasso

il frigo vuoto

buio

a smuover la polvere

solo gli echi dei dialoghi con dio

pazzo-etereo-disperato

sua maestà/trinità

il poeta

inutile

 

Su prati eterni

scalzi tonanti

a gustarmi un liquore che mai riberrò

 

l'occhio è spento

e cupo

e sordo

ma l'invisibile ribolle

come mosto dall'inalar

DI MORTE

 

La penombra

e la mezza luna gonfia

simbolo statico del tempo

 

fisso

ciò che lo specchio rimanda

e il dito punta

ciò che lo specchio accoglie

 

l'occhio sovrasta

il simbolo curvo 

come falce in attesa

delle notti insonni

 

Trascino le gambe

verso comete

rosse di coda desiderio

 

ESPERIENZE

Per via del mestiere aveva a che fare con veleni mai

sperimentati sull'uomo. Trascorreva intere giornate ad

iniettare una sostanza dagli effetti parzialmente

imprevedibili nelle gallerie create dai tarli. La curiosità

gli faceva nascere strane domande in testa.

"Chissà cosa provano prima della morte"

 

Una ferita lasciò penetrare una piccola quantità di veleno.

Non si accorse di nulla e rincasò, normalmente, come tutte le

sere. La moglie notò qualcosa di insolito, ma evitò i

commenti: quella sera Bexit aveva lo sguardo imprendibile

dell'instabile.

"Mangio un boccone e poi vado a fare un giro"

"Ma non esci mai la sera"

"Già, ma devo finire un lavoro in laboratorio"

"Per domani?"

"Per domani" ed uscì senza aver toccato la cena.

 

Senza sapere di cosa aveva bisogno apri l'armadietto dei

veleni passandoseli in rassegna sotto i1 naso. A suon di

tentativi-buchi nelle braccia- individuò la sostanza. Iniziò

il viaggio, strano percorso tra scricchiolii ritmici

e gallerie ruvide. Le cose intorno, deformate, mostravano

contorni sconosciuti al resto del mondo. Ogni oggetto si

gonfiava di più significati assumendo come nuova forma la

loro intersezione. Alcuni parlavano, altri ridevano. Tutti lo

incitavano a non abbandonarli. Li accontentò mandando

in circolo altri 10 ml di FORZA10.

Strinse i denti ed il cuore sussultò per la sferzata di

energia. Non sentiva più alcuno stimolo, il tempo era

scomparso...chissà quando sarebbe tornato a casa: sdraiato

sul letto a benedire -e maledire- le letture ispiratrici di

Burroughs.

 

IL VENTO E L'ESALTAZIONE

Io non sono capitano e il lago del mulino è troppo piccolo

per ospitare le verdi ombre della balena bianca, ma con il

vento che riduce i miei occhi a sottili ferite mi sembra

d'esser sulla prua urlante di una baleniera avvolta dai sogni

di un folle.

Pungente pietrisco ruzzola giù dalla parete alle mie spalle

colpendomi testa e schiena. La lenza vola sull'acqua

trascinando il galleggiante. Io so che è lì, maestosa e

luccicante; mi concede soltanto fuggenti comparse facendomi

intuire il suo percorso, ma io ignoro quale pietra o tronco

accoglierà il suo indisturbato riposo. Potrei catturarla

gettando una rete o elettrizzando l'acqua con una semplice

batteria d'automobile ...l'avrei già fatto, ma ormai ho visto

il suo occhio - amplificato e falsato dai riflessi dell'acqua

torbida -. Occhio calmo e sicuro di chi, in estati passate, è

fuggito ad ipocriti inviti.

 

Oggi il lago - schiaffeggiato da questa forza invisibile- è il

freddo mare del nord, ed io (appagato da una primordiale e

naturale sofferenza fisica) non sono io, ma lo spirito del

capitano. Zoppicando mi stancherò lo sguardo nello scrutare

il pelo dell'acqua; quando vedrò affiorare 1e bolle che noi

pescatori ben conosciamo saprò che lei è lì sotto. Con calma

ipnotica darò il via alla caccia.

 

Anche se l'avesse catturata il fantasma di Moby Dick avrebbe continuato a perseguitarlo.

 

Anzi, a pensarci meglio il capitano sarebbe morto anche se

l'avesse arpionata a morte. Come vivere dopo il crollo dei

sogni e la morte dei demoni?